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Amore e Psiche. Un mito dall'allegoria alla parodia

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Secondo Voltaire, il mito di Amore e Psiche è la favola più bella che gli Antichi ci abbiano lasciato. Se il Medio Evo e l'Umanesimo hanno visto nel conturbante racconto di Apuleio l'emblema di una verità cristiana (la colpa e la redenzione), o di un miraggio neoplatonico (l'ascesa verso il divino) o di un insegnamento stoico (l'invito ad affrontare con forza d'animo il male di vivere), tra Rinascimento e età dei Lumi è prevalsa una lettura edonistica (la favola esalterebbe la pura carnalità) o spettacolare e teatrale. Già allora si è fatta strada l'idea del valore ingannevole ma consolante delle illusioni (Psiche è felice finché non esce dal mondo dei sensi e non vede il volto di finché, con la sua lampada, non scopre la verità). Con l'Ottocento le sventure di Psiche sono il prezzo con cui gli uomini pagano il progresso. In età decadente queste idee ambiziose vengono nel mito grandeggia ormai la figura di Psiche come immagine di pura interiorità, come simbolo dell'io più profondo. Nel Novecento, secolo propenso alla dissacrazione e al disincanto, la favola è ripresa in una chiave sarcastica e cinica che forse tradisce un'inconfessata nostalgia. Queste pagine ci introducono alle metamorfosi del mito, così come si è insediato nell'immaginario occidentale, non solo nella letteratura, ma anche nelle raffigurazioni pittoriche, nei marmi degli scultori o negli spartiti musicali di celebri compositori.

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Amore e Psiche. Un mito dall'allegoria alla parodia, Lionello Sozzi

Język
Rok wydania
2007
Oprawa
(miękka)
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Tytuł
Amore e Psiche. Un mito dall'allegoria alla parodia
Język
włoski
Wydawca
Il mulino
Rok wydania
2007
Oprawa
miękka
Liczba stron
332
ISBN10
8815119116
ISBN13
9788815119117
Seria
Opis
Secondo Voltaire, il mito di Amore e Psiche è la favola più bella che gli Antichi ci abbiano lasciato. Se il Medio Evo e l'Umanesimo hanno visto nel conturbante racconto di Apuleio l'emblema di una verità cristiana (la colpa e la redenzione), o di un miraggio neoplatonico (l'ascesa verso il divino) o di un insegnamento stoico (l'invito ad affrontare con forza d'animo il male di vivere), tra Rinascimento e età dei Lumi è prevalsa una lettura edonistica (la favola esalterebbe la pura carnalità) o spettacolare e teatrale. Già allora si è fatta strada l'idea del valore ingannevole ma consolante delle illusioni (Psiche è felice finché non esce dal mondo dei sensi e non vede il volto di finché, con la sua lampada, non scopre la verità). Con l'Ottocento le sventure di Psiche sono il prezzo con cui gli uomini pagano il progresso. In età decadente queste idee ambiziose vengono nel mito grandeggia ormai la figura di Psiche come immagine di pura interiorità, come simbolo dell'io più profondo. Nel Novecento, secolo propenso alla dissacrazione e al disincanto, la favola è ripresa in una chiave sarcastica e cinica che forse tradisce un'inconfessata nostalgia. Queste pagine ci introducono alle metamorfosi del mito, così come si è insediato nell'immaginario occidentale, non solo nella letteratura, ma anche nelle raffigurazioni pittoriche, nei marmi degli scultori o negli spartiti musicali di celebri compositori.